INTERVISTE

Le Interviste di Z: Pintus ci racconta “Tasche vuote”

Dopo la pubblicazione a fine 2021 del suo secondo singolo “Erisimo”, seguito a ruota libera dallo spioncino aperto su “Inverni” (brano contenuto nel disco d’esordio di Pintus, ormai prossimo all’uscita) dalla live session registrata a La Jungla Factory, nel pieno di un “never-ending tour” che sta portando l’artista calabrese a rotolare su e giù per lo Stivale Francesco Pintus torna per battezzare l’incipiente primavera con un brano che sa di rinascita nell’avversità: “Tasche vuote”, il nuovo urlo liberatorio di Pintus, è disponibile su tutte le piattaforme d’ascolto digitale dal 4.3.2022. 

Benvenuto su MusikZ, Francesco! Altro giro (il terzo), altra corsa: cosa c’è di nuovo, che prima non c’era, in questa nuova declinazione di Pintus?

Ciao ragazzi, un piacere. Faccio fatica a capirlo da solo, in realtà, che cosa ci sia di nuovo. Credo che rispetto alle prime due canzoni che ho pubblicato di questo disco (Fuori fase ed Erisimo), Tasche vuote sia figlia di una riflessione molto più legata all’esterno, a quello che mi circonda e che ci circonda. Ecco di questo me ne rendo conto, è meno introspettiva, perché nasce da un incontro con la realtà e dal mio tentativo di decifrarne alcuni aspetti. 

“Tasche vuote”, in qualche modo, sembra ben sposarsi con l’atmosfera del momento. Quali sono, oggi, le cose che ti lasciano le “tasche vuote” emotivamente?

C’è da dire che ad oggi, precisamente nel momento in cui scrivo a pochi giorni dall’uscita della canzone, ciò che ci lascia vuoti emotivamente nella nostra interezza (non solo le tasche) è sotto gli occhi di tutti. 

Come nasce il brano? C’è qualche aneddoto dietro la sua composizione?

Il brano è nato da uno sfogo personale nero su bianco. Come qualche altro brano del disco (non tutti però) è nato sostanzialmente come testo interamente così come lo si ascolta adesso. Solo mesi dopo ho trovato poi la giusta melodia e la progressione armonica che secondo me si sposava bene con il messaggio che aveva. E’ un brano un po’ anni settanta secondo me, che vuole far riflettere ma senza bisogno di un armonia necessariamente cupa. 

Oggi sembra prevalere la tendenza a pubblicare singoli, più che album. Perché secondo te, e come ti collochi, tu, in questa “disputa”?

Sono un po’ nel mezzo. Da un punto di vista prettamente artistico sono e sarò sempre favore dell’album soprattutto in fase creativa, ed infatti tutti i brani che sto pubblicando anche se dilazionati nel tempo sono stati scritti e arrangiati nello stesso periodo, e già pensati come un insieme. E’ vero anche che, soprattutto per un artista che sta cercando di aumentare il livello di esposizione della sua musica, usare qualche singolo può aiutare a fare in modo che quando il disco esca ci siano più orecchie attente. Ma sono due discorsi diversi, uno è creativo, l’altro probabilmente strategico. 

Hai suonato diverse volte live, negli ultimi mesi. E’ cambiato qualcosa, secondo te, nel modo di approcciarsi alla musica dal vivo che la gente ha, dopo la pandemia?

Sicuramente qualcosa è cambiato, lo si percepisce. Ma credo che ci sia giusto un velo di insicurezza in più che sarà destinata a scomparire non appena ci si sentirà totalmente liberi da qualsiasi formalismo. 

Dacci i soliti consigli per gli ascolti, ma scava nell’underground: vogliamo nomi da scoprire!

Come al solito a questa domanda rispondo con dischi/artisti che sto ascoltando in questo periodo, provando a citare i meno mainstream. Alessandro Fiori (è da poco uscito il suo nuovo disco “Amami meglio”), Lepre e King Creosote (ho da poco ascoltato il suo disco con Jon Hopkins “Dimond mine” e ormai lo ascolto di continuo, bellissimo).

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